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Voci d’autore - La Rai va alla guerra. Del profilattico

unita041112La dirigenza di Radio Uno Rai ha diramato una nota perché nella giornata mondiale contro L’Aids non si dicesse in onda la parola “profilattico”. E’ come se nella giornata mondiale contro gli incidenti stradali si proibisse di usare le parole “cinture di sicurezza”, e il fatto si commenta da sé. Un buon dizionario dei sinonimi avrebbe potuto evitare la figuraccia. Condom (internazionale), profilattico (medico-farmaceutico), guanto (volgar-popolare), goldone (idem), contraerea (gergal-giovanile), ipermeabile (anni ’50), e ognuno continui come vuole, sbizzarrendosi nelle infinite declinazioni dialettali, regionali, metaforiche e immaginifiche del “profilattico” (qui si può dire). Ma fin qui siamo alla superficie. Scavando un po’ la faccenda peggiora. Punto uno. In un primo momento dalla Rai hanno detto di aver seguito la linea del Ministero della Salute, ed è una prima scemenza: da quando un libero mezzo di comunicazione deve seguire le veline di un ministero? Punto due. Il ministero ha prontamente smentito dicendo di non aver emanato nessuna direttiva in proposito. Molto bene. Punto tre. Lo stesso ministero ha sottolineato che  in effetti nella sua campagna anti-Aids (che suppongo predisposta dal precedente ministro) non si parla di preservativo. Molto male. Punto quattro, restiamo al Ministero. Né nel comunicato ufficiale dell’iniziativa né nella conferenza stampa sono state usate le parole “profilattico” o “preservativo”. Sempre peggio. Punto sei. Il Ministero ha fatto sapere che i suoi esperti hanno potuto parlare alla radio liberamente. E ci mancherebbe! Precisazione un po’ grottesca. Punto sette. Non fate i fessi: chiamatelo come vi pare e usate il preservativo.

Voci d’autore - Crisi, lo strano ottimismo

u160309A proposito di economia e finanza, noto che la frase “non me ne intendo” pare meno grave di un tempo. E’ vero, io non me ne intendo, ma da qualche mese mi chiedo se per caso se ne intendessero gli esperti che ci hanno raccontato le sorti luminose e progressive del mercato per anni e anni. Saranno per casi gli stessi esperti che fanno le analisi oggi, che incoraggiano e blandiscono, che dicono “coraggio, passerà”? Mi chiedo ogni tanto se ci sia differenza tra questi arguti “esperti” dei mercati finanziari e le tanto vituperate astrologhe e fattucchiere da rotocalco, l’oroscopo, insomma. Così, ascolto e trasecolo. L’altro giorno, sulle onde di una radio ben addentro ai meccanismi dell’economia, per esempio, ho sentito grandi note di ottimismo. Il ragionamento era più o meno questo: non bisogna guardare a domani, ma ragionare per cicli. Tra vent’anni in Asia avremo due miliardi di persone benestanti, e dunque le prospettive per il made in Italy sono ottime. C’è da rallegrarsene, probabilmente. Eppure non so perché, il ragionamento mi suona terribilmente cinico. Certo, per i soldi, i capitali, le masse di denaro, gli investimenti, probabilmente una ventina d’anni sono un tempo accettabile. Ma per le persone? Per le vite normali? Gli indicatori dell’oggi – per chi non può aspettare vent’anni – non sono così buoni. I dati di Telefono rosa pubblicati l’altro giorno da questo giornale (la situazione economica come ulteriore detonatore delle violenze in famiglia), oppure le cifre dell’aumento dei taccheggi nei supermercati, oppure l’aumento del lavoro nero come seconda o terza occupazione per far quadrare il bilancio familiare, sono anch’essi dati economici, o no? Forse no: la crisi avrà cambiato molto, ma non l’attitudine degli esperti di finanza: considerare il denaro più importante di chi lo produce lavorando

Voci d’autore - Brunetta e il welfare fai da te

uCi voleva il ministro Brunetta per tranquillizzare il suo capo, per oliare i motori della crisi “non poi così grave”, della situazione che “non è drammatica”. Insomma, si sghignazza à la Silvio, e Brunetta fa la claque. Clamorosa l’ultima esternazione del ministro per cui l’Italia avrebbe uno dei migliori welfare del mondo, gli ammortizzatori sociali più confortevoli: un paese del bengodi per i lavoratori. E le donne? E’ vero: persino Brunetta è costretto ad ammettere che l’occupazione femminile qui in paradiso è un po’ sotto la media europea… ma se ci aggiungete le lavoratrici sommerse (in nero, sfruttate, senza diritti, senza contributi, senza pensione…), ecco che i conti tornano e anzi, dice l’ineffabile Brunetta, il sommerso in tempo di crisi ben venga, è “un vero ammortizzatore sociale”. E’ un ben strano elogio del lavoro nero, proprio mentre il suo capo, il Presidente del Consiglio, boccia con superficialità la proposta Franceschini dicendo che “aumenterebbe il lavoro nero”. Insomma, che almeno si telefonassero per mettersi d’accordo. Proprio mentre si almanacca sul lavoro senza diritti come nuovo ed efficiente ammortizzatore sociale (Brunetta dixit), una ricerca sindacale (Cisl) rivela che il 32,2 per cento dei lavoratori dipendenti milanesi (e il 25 per cento delle lavoratrici) fa un secondo lavoro, che risulta spesso (36 per cento dei casi, 43 per cento per le donne) in nero. Dato spaventoso, perché a fare il secondo lavoro in nero sono impiegati e operai, gente a cui nemmeno un lavoro in regola, a tempo indeterminato e, come si diceva un tempo, “sicuro” garantisce un’esistenza decente. Dopo il lavoro, via, a fare l’elettricista, a fare la badante. Sommersi, in nero. E’ lo stato sociale fai-da-te, come piace a Brunetta

Voci d’autore - Se i genitori dicono no alla Gelmini

u2Come volevasi dimostrare. Il ministero dell’istruzione ha diffuso i dati d’un campione significativo delle richieste di iscrizioni alla prima elementare e i risultati parlano chiaro: solo il 3% delle famiglie ha scelto le 24 ore, il 7% ha scelto le 27 ore, il 30% ha scelto le 30 ore e il 34 % ha scelto le 40 ore. Dunque, dalle famiglie arriva una sonora bocciatura del maestro unico. Posti di fronte alla domanda: vuoi una buona offerta formativa o ne vuoi una scarsa e striminzita, solo il 3% ha optato per quella scarsa e striminzita spacciata come “riforma” dalla ministra Gelmini. Non che ci volesse molto a prevederlo. Però la ministra si affanna a ripetere che non si tratta di una contestazione del maestro unico visto che comunque rimarrà “centrale” poiché non solo le 24 ore lo prevedono ma anche tutti gli altri modelli di riferimento.
Solo che i conti non tornano. Ci si chiede come, a fronte di questo boom di richieste di tempo prolungato che sostanzialmente conferma l’andamento degli ultimi anni, con i tagli previsti dalla “riforma” si possa fra fronte alle compresenze, alle uscite, al tempo mensa e a garantire una qualità di insegnamento all’altezza degli anni passati. Aspettiamo di vedere cosa succederà, quale soluzione creativa verrà tirata fuori. Intanto le famiglie realmente riguardate dalla questione si sono pronunciate chiaramente. Di fronte a quelli che blateravano contro i danni del ’68, che dicevano “che volete che sia? la maestra unica l’abbiamo avuta tutti”, che provano in ogni modo a smantellare l’unico segmento di scuola di cui possiamo andare fieri, la risposta è stata  che no, grazie, i nostri figli non possono tornare indietro di trent’anni. Passi per i voti, passi per i grembiulini, passi la condotta. Ma quando si vanno a smantellare le fondamenta i danni sono più gravi e dunque le risposte più nette.

La decenza perduta

basilica-padova

Se vi recate alla basilica di Sant’Antonio a Padova, come ho fatto io accompagnata da un’infermiera dopo aver visitato il suo formidabile reparto di pediatria di prima linea, troverete gli ex voto che le mamme dei bambini malati lasciano al Santo. Ci sono i ringraziamenti per quelli che ce l’hanno fatta, ma ci sono anche altri biglietti. Anche questi sono di ringraziamento. Recitano: Grazie Dio che hai posto fine alle loro sofferenze. Grazie Dio che li hai raccolti con te. Grazie per aver interrotto il loro calvario in terra. Li scrivono le mamme, evidentemente cattoliche, dei più sfortunati.

Chissà se anche questo può essere considerato frutto «d’una cultura della morte» (Silvio dixit), o non sia invece espressione d’una sensibilità e d’un’etica cattolica diversa (e più umana) di quella delle attuali gerarchie vaticane. Il progresso delle tecniche ci pone tutti davanti a questioni molto complesse che non possono certo essere risolte sulla base d’un documento scritto nella notte (da Sacconi, poi, andiamo!). O sulla scorta d’un atto di prepotenza d’un premier che anela al golpe. O per assecondare il prelato di turno, a cui l’insuccesso del pontificato di Ratzinger ha dato alla testa.

Quella che sembrava una battaglia civile per l’affermazione d’un diritto irrinunciabile all’autodeterminazione, Berlusconi l’ha trasformata in un gioco con altra posta in ballo (ripugnante pensare di poterlo fare su una cosa così grande e importante come la nostra morte). Se la tenuta morale dei laici della Pdl somiglia a quella della Prestigiacomo che, di fronte all’alternativa fra i suoi principi e la poltrona sappiamo cos’ha scelto, forse allora è proprio vero che la questione non è fra laici e cattolici. Ma fra chi ha ancora una coscienza e una decenza, e chi le ha definitivamente perdute.