Voci d’autore - La Rai va alla guerra. Del profilattico
pubblicato il 4 dicembre 2011 in L'Unita', Stampa
La dirigenza di Radio Uno Rai ha diramato una nota perché nella giornata mondiale contro L’Aids non si dicesse in onda la parola “profilattico”. E’ come se nella giornata mondiale contro gli incidenti stradali si proibisse di usare le parole “cinture di sicurezza”, e il fatto si commenta da sé. Un buon dizionario dei sinonimi avrebbe potuto evitare la figuraccia. Condom (internazionale), profilattico (medico-farmaceutico), guanto (volgar-popolare), goldone (idem), contraerea (gergal-giovanile), ipermeabile (anni ’50), e ognuno continui come vuole, sbizzarrendosi nelle infinite declinazioni dialettali, regionali, metaforiche e immaginifiche del “profilattico” (qui si può dire). Ma fin qui siamo alla superficie. Scavando un po’ la faccenda peggiora. Punto uno. In un primo momento dalla Rai hanno detto di aver seguito la linea del Ministero della Salute, ed è una prima scemenza: da quando un libero mezzo di comunicazione deve seguire le veline di un ministero? Punto due. Il ministero ha prontamente smentito dicendo di non aver emanato nessuna direttiva in proposito. Molto bene. Punto tre. Lo stesso ministero ha sottolineato che in effetti nella sua campagna anti-Aids (che suppongo predisposta dal precedente ministro) non si parla di preservativo. Molto male. Punto quattro, restiamo al Ministero. Né nel comunicato ufficiale dell’iniziativa né nella conferenza stampa sono state usate le parole “profilattico” o “preservativo”. Sempre peggio. Punto sei. Il Ministero ha fatto sapere che i suoi esperti hanno potuto parlare alla radio liberamente. E ci mancherebbe! Precisazione un po’ grottesca. Punto sette. Non fate i fessi: chiamatelo come vi pare e usate il preservativo.


Ci voleva il ministro Brunetta per tranquillizzare il suo capo, per oliare i motori della crisi “non poi così grave”, della situazione che “non è drammatica”. Insomma, si sghignazza à la Silvio, e Brunetta fa la claque. Clamorosa l’ultima esternazione del ministro per cui l’Italia avrebbe uno dei migliori welfare del mondo, gli ammortizzatori sociali più confortevoli: un paese del bengodi per i lavoratori. E le donne? E’ vero: persino Brunetta è costretto ad ammettere che l’occupazione femminile qui in paradiso è un po’ sotto la media europea… ma se ci aggiungete le lavoratrici sommerse (in nero, sfruttate, senza diritti, senza contributi, senza pensione…), ecco che i conti tornano e anzi, dice l’ineffabile Brunetta, il sommerso in tempo di crisi ben venga, è “un vero ammortizzatore sociale”. E’ un ben strano elogio del lavoro nero, proprio mentre il suo capo, il Presidente del Consiglio, boccia con superficialità la proposta Franceschini dicendo che “aumenterebbe il lavoro nero”. Insomma, che almeno si telefonassero per mettersi d’accordo. Proprio mentre si almanacca sul lavoro senza diritti come nuovo ed efficiente ammortizzatore sociale (Brunetta dixit), una ricerca sindacale (Cisl) rivela che il 32,2 per cento dei lavoratori dipendenti milanesi (e il 25 per cento delle lavoratrici) fa un secondo lavoro, che risulta spesso (36 per cento dei casi, 43 per cento per le donne) in nero. Dato spaventoso, perché a fare il secondo lavoro in nero sono impiegati e operai, gente a cui nemmeno un lavoro in regola, a tempo indeterminato e, come si diceva un tempo, “sicuro” garantisce un’esistenza decente. Dopo il lavoro, via, a fare l’elettricista, a fare la badante. Sommersi, in nero. E’ lo stato sociale fai-da-te, come piace a Brunetta
Come volevasi dimostrare. Il ministero dell’istruzione ha diffuso i dati d’un campione significativo delle richieste di iscrizioni alla prima elementare e i risultati parlano chiaro: solo il 3% delle famiglie ha scelto le 24 ore, il 7% ha scelto le 27 ore, il 30% ha scelto le 30 ore e il 34 % ha scelto le 40 ore. Dunque, dalle famiglie arriva una sonora bocciatura del maestro unico. Posti di fronte alla domanda: vuoi una buona offerta formativa o ne vuoi una scarsa e striminzita, solo il 3% ha optato per quella scarsa e striminzita spacciata come “riforma” dalla ministra Gelmini. Non che ci volesse molto a prevederlo. Però la ministra si affanna a ripetere che non si tratta di una contestazione del maestro unico visto che comunque rimarrà “centrale” poiché non solo le 24 ore lo prevedono ma anche tutti gli altri modelli di riferimento.