La decenza perduta
pubblicato il 9 febbraio 2009 in L'Unita'

Se vi recate alla basilica di Sant’Antonio a Padova, come ho fatto io accompagnata da un’infermiera dopo aver visitato il suo formidabile reparto di pediatria di prima linea, troverete gli ex voto che le mamme dei bambini malati lasciano al Santo. Ci sono i ringraziamenti per quelli che ce l’hanno fatta, ma ci sono anche altri biglietti. Anche questi sono di ringraziamento. Recitano: Grazie Dio che hai posto fine alle loro sofferenze. Grazie Dio che li hai raccolti con te. Grazie per aver interrotto il loro calvario in terra. Li scrivono le mamme, evidentemente cattoliche, dei più sfortunati.
Chissà se anche questo può essere considerato frutto «d’una cultura della morte» (Silvio dixit), o non sia invece espressione d’una sensibilità e d’un’etica cattolica diversa (e più umana) di quella delle attuali gerarchie vaticane. Il progresso delle tecniche ci pone tutti davanti a questioni molto complesse che non possono certo essere risolte sulla base d’un documento scritto nella notte (da Sacconi, poi, andiamo!). O sulla scorta d’un atto di prepotenza d’un premier che anela al golpe. O per assecondare il prelato di turno, a cui l’insuccesso del pontificato di Ratzinger ha dato alla testa.
Quella che sembrava una battaglia civile per l’affermazione d’un diritto irrinunciabile all’autodeterminazione, Berlusconi l’ha trasformata in un gioco con altra posta in ballo (ripugnante pensare di poterlo fare su una cosa così grande e importante come la nostra morte). Se la tenuta morale dei laici della Pdl somiglia a quella della Prestigiacomo che, di fronte all’alternativa fra i suoi principi e la poltrona sappiamo cos’ha scelto, forse allora è proprio vero che la questione non è fra laici e cattolici. Ma fra chi ha ancora una coscienza e una decenza, e chi le ha definitivamente perdute.

Andare in questura, sedersi davanti a un estraneo, denunciare, non è facile. Le donne ci mettono anche anni prima di arrivare a una decisione del genere, sopportando, e rischiando di tutto, spesso per tentare di salvare un rapporto con qualcuno che si crede indispensabile per la sopravvivenza, anche materiale, della famiglia. E qui vorrei incrociare questo dato con un altro, altrettanto inquietante: cresce l’occupazione femminile in Lombardia, ma unicamente per lavori di serie b. Occupazioni precarie, a termine o a progetto, che solo nel 39 per cento dei casi diventano stabili, contro il 50 per cento degli uomini. Ancora più fatica fanno le donne che ambiscono a livelli medio-alti.